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LA STORIA DEL CEREALE; le origini della pianta


Nascimben Andrea





Dal punto di vista botanico i cereali comprendono diverse varietà-specie tutte appartenenti al genere Triticum della grande famiglia delle Poaceae (Graminacee), apparse sulla terra circa 50-70 milioni di anni fa

I cereali hanno diversi set cromosomici (sono allopoliploidi ;allo= differente), l'uomo per esempio è Diploide ovvero ha due copie di cromosomi nel proprio DNA

il frumento è quasi sempre esaploide, ovvero possiede 6 copie dello stesso cromosoma.


Ma quando inizia l'utilizzo del cereale ?

Le popolazioni arcaiche, in modo del tutto inconsapevole, hanno messo in atto, una prima selezione genetica attraverso la raccolta spontanea delle spighe migliori, che significava scegliere quelle spighe con una maggiore dimensione, e minore difficoltà nella lavorazione


Questo processo di “domesticazione” dei cereali sia vestiti che nudi,

, è avvenuto in un arco di tempo molto lungo che va dal 11.000 al 6.500 a.C.


La domesticazione, dalle specie selvatiche in seguito a numerose selezioni e manipolazioni genetiche anche molto recenti, come vedremo fra poco, hanno dato vita alle attuali varietà cerealicole che oggi coltiviamo in moltissimi territori.


Il piccolo farro (Triticum monococcum), è stata probabilmente la prima specie del genere Triticum ad essere stata domesticata circa 11.000/12.000 anni fa a partire da un progenitore selvatico ( T. boeoticum ), in una prima coltivazione avvenuta in alcune zone montagnose della turchia.



Il farro dunque, ha rappresentato per millenni la coltura principale praticata in territori come Turchia, Libano, Israele, Giordania, Siria, Iraq e Iran, territori in cui ancora oggi crescono specie selvatiche imparentate con i frumenti attualmente coltivati


Questi territori teatro della rivoluzione agricola, sono spesso indicati infatti come la Culla della Civiltà proprio per la sua straordinaria importanza nella storia dell’uomo dal neolitico all’Età del Bronzo e del Ferro.


Quando si parla di origine dell’agricoltura è importante distinguere tra coltivazione e domesticazione. La prima infatti si riferisce all’impianto e alla raccolta sia delle forme selvatiche che di quelle domesticate. Viceversa, la domesticazione è il processo di selezione genetica che, attraverso il cambiamento di alcuni tratti chiave (come la scelta del "chicco" e la scelta delle piante resistenti all'allettamento) , trasforma le forme selvatiche nelle varietà domesticate, cioè selezionate..


Nel corso della domesticazione il numero di spighette e la dimensione delle cariosside, sono aumentate considerevolmente (basti pensare che in Grecia furono trovati i primi frumenti selvatici che possedevano una sola cariosside per spighetta).

Insomma anche allora si cercò di produrre di più con meno fatica possibile.


Una volta maturata la cariosside, del cereale selvatico, le spighette venivano disseminate spontaneamente questo perchè il rachide della pianta era estremanate fragile e delicato.

Ma se da un lato assicurava la naturale dispersione del seme dall’altro portava alla perdita di parte del raccolto.

Inoltre vi era un altro importante problema da risolvere, da parte degli antichi coltivatori, aumentare la capacità di rilascio di glume e glumelle (corteccia protettiva) da parte della cariosside, per facilitare la lavorazione del prodotto.

Quest'ultimo aspetto è quello che ha indotto i coltivatori a passare dalla forma con seme vestito (orzo,farro, segala, spelta) dove le glume erano ben aderenti alla cariosside, a quelle con seme nudo dopo la trebbiatura (frumento), così da poter diminuire l’opera di lavorazione del raccolto.



La domesticazione del frumento però, se da un lato ha migliorato molte delle caratteristiche produttive dall’altro lato, ha causato un restringimento della base genetica (così detta erosione genetica ).

Tale erosione è stata ulteriormente accentuata nel corso dei moderni sistemi di coltivazione (soprattutto dagli anni ‘30 in avanti) aumentando , secondo numerosi studi, la suscettibilità e vulnerabilità agli stress ambientali, ai parassiti e alle malattie (Nevo 2011; Fu and Somers 2009).


La prima prova che testimonia la raccolta e l’uso di questi cereali (selvatici) da parte dell’uomo del paleolitico, viene da uno dei siti archeologici più antichi (Ohalo II, in prossimità del Mare di Galilea, in Israele) di 19.000 anni AC (Feldman e Kislev, 2007)


L'uso che ne veniva fatto nel paleolitico, era una rudimentale macinatura con le pietre e miscelato all'acqua veniva posto a cottura su pietre roventi, una pratica però rara e poco diffusa . Insomma quando i morsi della fame si facevano sentire questi uomini si adattavano a mangiare anche questi impasti farinosi.

Infatti in alcuni scavi archeologici furono trovati granelli di orzo e farro selvatico come testimonianza della realizzazione del pane (Kislev et al., 1992).


Solo 11/ 12.000 anni fa, cacciatori-raccoglitori nei territori del medio-Oriente, cominciarono a coltivare il farro selvatico, anche se in forma ancora molto sporadica, la principale fonte di approvvigionamento calorico rimaneva la caccia e pesca e raccolta.


La domesticazione dei frumenti vestiti (farro, spelta) si diffuse, a partire dalle zone del Medio Oriente (Mezzaluna Fertile) in molti altri territori, con una certa gradualità e

Nel corso del tempo si dimostrò l’evento umano più importante in assoluto nello sviluppo delle civiltà come quella Babilonese, Egiziana, Greca e Romana.


Ulteriori eventi di combinazione genetica iniziarono a diffondersi circa 9.000 anni fa, quando T. dicoccum domesticato, incrociandosi spontaneamente con la specie selvatica diploide Aegilops tauschii ha dato origine alla specie tetraploide del gran farro o farro precoce o Triticum spelta (Kislev 1980; Dvorak et al. 1998; Matsuoka and Nasuda 2004).





Dunque le prime e piu importanti mutazioni naturali delle piante, risalgono a circa 8.000 anni fa, portando a cambiamenti nelle spighe sia del farro che dello spelta (Feldman, 2001).

In questi ultimi cinquemila anni, si è passato gradualmente alla coltivazione del frumento, perché i semi più grandi e soprattutto meno complicati da lavorarsi.

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Alla fine del XIX secolo, le coltivazioni di grano erano rappresentate principalmente da varietà locali (le cosi dette landraces) ben adattate all’ambiente di coltivazione, poichè svoltesi nel corso di alcuni millenni e pertanto anche le conseguenti selezioni operate dall'uomo (produttività ma anche resistenza della pianta) sono state ben integrate nel pool genico della pianta.

In quel periodo, in Italia e in diversi altri paesi dell’Europa Occidentale, si poteva dunque disporre per le semine di un ampio e ben adattato pool genico.


Lo sviluppo dei primi metodi di modificazione del patrimonio genetico, prendono invece inizio a partire dal XX secolo, utilizzando razze locali incrociate ad altri di altri territori (selezione pedigree).


La vera svolta nello sviluppo e diffusione di varietà di frumento, sempre più produttive, venne data da Nazareno Strampelli.


Pensate che quando questo noto coltivatore iniziò la sua attività il grano aveva una resa media di 9,5 q/ha. Nel 1914 realizzò il primo prodotto commerciale: la varietà Carlotta Strampelli.


Nel 1925 venne lanciato il progetto Battaglia del Grano il cui obiettivo era quello di rendere la nazione autosufficiente nel proprio sostentamento.


La produttività poteva essere incrementata attraverso la riduzione della taglia delle piante, aumentando così la loro resistenza all’allettamento in condizioni di agricoltura intensiva e anche aumentando la resistenza alle malattie e la precocità nella maturazione del frutto.


Dunque con l’introduzione in coltura delle nuove varietà di Strampelli, in sostituzione di quelle tradizionali coltivate da centinaia di anni, le rese salirono già nel 1938 a 14,6 q/ha ( nel 1932, il 66,5 % della superficie agricola totale era coltivata con la varietà stampelli), ancora oggi, l'eredità lasciata da Strampelli è ancora più evidente nel frumento duro (dal momento che la maggior parte delle varietà italiane sono di grano duro).


L'obbiettivo era triplice: incremento delle rese (attraverso l’introduzione della precocità nella maturazione e selezione del frutto di grandi dimensioni), resistenza all’allettamento (irrobustendo il fusto) e resistenza alle malattie.

La riduzione della taglia ha però rappresentato, per buona parte del secolo scorso, un obiettivo difficile da ottenere. Ecco che Strampelli ebbe una brillante idea per quei tempi e cioè quella di incrociare le varietà di grano europee con le varietà giapponesi a taglia bassa.

Ottenne la realizzazione di più di 800 incroci, a partire da una selezione fenotipica di circa un milione di piante e diecimila linee differenziate per diversi caratteri (morfologici, fisiologici e agronomici)

legati alla produttività, all’adattabilità, alla resistenza alle malattie ma soprattutto incremento della quantità del raccolto (Scarascia Mugnozza, 2003).


Furono le prime vere modifiche della genetica delle piante, una forzatura imposta affinchè si potessero adattare ad ambienti non di origine.


Gli intensi programmi di modificazione genetica condotti dopo la seconda guerra mondiale, hanno portato alla completa sostituzione delle razze locali con nuove coltivazioni non indigene ( già ampiamente modificate rispetto i grani antichi di origine) a taglia ridotta e altamente produttive, con una conseguente diminuzione della variabilità genetica del frumento.

Tutto ciò ha portato a dei cambiamenti dei geni disponibili, influenzando di conseguenza la futura adattabilità e l’evoluzione di questa importante coltura.


Le modifiche genetiche apportate a partire dalla metà degli anni 70 sono state improntate ancor di più alla resa rispetto alla ricchezza genetica e alla resistenza alle malattie. Quest'ultimo aspetto è stato infatti “risolto” attraverso l'uso intensivo di antiparassitari chimici.